BLENHEIM
MUSTANG P-51
FOCKE WULF FW 190A

Bolton guardò l’orologio, secondo i suoi calcoli mancava poco al rendez-vous con la squadriglia di Mustang P-51 del 115º. Di lì a poco, se non fosse stato per il passaggio di uno di quei caccia tra di loro, non li avrebbe mai notati, li avevano raggiunti da dietro da una quota maggiore e si erano tenuti sopra di loro. Sembravano in gamba e questo gli diede un po’ di conforto, le comunicazioni erano proibite, ormai erano in territorio dell’Asse (l’insieme delle nazioni che parteciparono alla Seconda guerra mondiale in opposizione agli Alleati).

Alle 03.45 zulu raggiunsero la zona dell’obiettivo. Il TAG utilizzò il sistema di luci di bordo per comunicare con gli altri aerei della formazione, due dei Mustang si staccarono dalla formazione accelerando oltre le possibilità dei Blenheim. Più avanti nel cielo ancora scuro, ma che dalla quota si vedeva schiarirsi all’orizzonte, una battaglia aerea ebbe inizio. La tensione salì quasi a livello intollerabile, i piloti dei Blenheim puntarono la pista di decollo e gli hangar, si abbassarono accelerando. Le sirene del campo iniziarono a suonare quando le prime bombe colpirono il suolo deflagrando. Prima passata, la meno pericolosa. Ora bisognava compiere un giro e tornare a stuzzicare il cane che non dormiva più…

Seconda passata, alcuni dei FOCKE erano stati spinti sulla pista e cercavano di partire in tutta fretta, bombe e fuoco ed esplosioni, via! Ma qualcuno si sarà alzato in volo? Lavoro dei Mustang quello! Cazzo! Un altro giro, sempre più pericoloso per la terza passata!

La scossa nella carlinga si diffuse fino alla schiena di Bolton, il suo essersi fuso in un tutt’uno con l’aereo gli faceva sentire lo squarcio, il cambio di pressione, la drastica perdita di aerodinamicità, non serviva sapere cosa fosse stato colpito, il Blenheim di colpo era un elefante volante senza ali! Lo sentiva appesantirsi, come una barca con una grossa falla, i comandi non rispondevano più, non sapeva nemmeno cosa dovesse aspettarsi, cercò solo di prendere quota finché poteva e di calcolare la direzione migliore verso cui arrancare e procedere allo schianto, sperando di allontanarsi il più possibile dalla zona di guerra, aveva deciso di puntare verso nord-ovest, di tornare il più possibile verso il mare e lontano dal fronte orientale dove sicuramente in questo momento c’era la più alta concentrazione di tedeschi per km quadrato!

Il Blenheim è abbastanza grande per planare anche mezzo sfasciato per un buon numero di kilometri e fu così che Bolton vide approssimarsi delle montagne, con una quota decisamente maggiore della loro! Merda! Fece il pelo al fianco di due montagne, ma le uniche manovre a cui i comandi rispondessero gli davano poco margine di gioco. Ormai viaggiavano inclinati, precipitando con l’ala di sinistra puntata verso il basso. Scaricò il carburante per non esplodere nell’impatto e strinse le cinghie. Il TAG aveva cominciato a trasmettere il segnale di soccorso. Speravano di fare una “strusciata” tra le chiome alte degli alberi, ma Jack urlò nel microfono che avevano un FOCKE in coda e in quel momento vennero bersagliati dalle sue mitragliatrici, le ali si spezzarono e la planata goffa e storta si trasformò in un volo a piombo che faceva salire le budella e la birra di tante ore prima fino al cervello!

Bolton non era sicuro che la luce, che ora stava rischiarando la bellissima vallata che stavano superando in picchiata, fosse il segnale di una splendida giornata! La valle finì prima che loro potessero caderci sopra e invece apparve un dirupo senza fondo in cui si stavano tuffando con sempre meno speranza di farcela.

È incredibile come certi momenti pericolosi della vita vadano al rallentatore, di quanti particolari si possano raccogliere con i cinque sensi prima dell’inevitabile, di come persino il pensiero della morte sia qualcosa di lungo su cui riflettere. Bolton fece a tempo a incrociare lo sguardo con una capra di montagna grande e solitaria, dal manto marrone scuro, i suoi grandi occhi neri si fissarono nei suoi mentre alzava il muso dall’erba, dalla pietra, dal dirupo, verso l’aereo in fiamme che lasciava una scia di fumo nero cadendo come un sasso nel baratro di un pozzo. Bolton girò il collo per continuare il contatto rassicurante con quegli occhi sereni, ma radici, pietre, cespugli, piante, nidi di uccelli montani passarono davanti ai suoi occhi, suoni della natura e fischi e grugniti di giunture in difficoltà dell’aereo che cercava ancora disperatamente di restare tutto d’un pezzo, odore di caffè, i thermos si erano rovesciati, di sudore, di pelle del giubbotto, di birra della sciarpa, il sapore di vomito in bocca, la sensazione del cuoio ruvido dei guanti ancora stretti assieme alle dita attorno alla cloche del tutto inutile e poi il botto.

Tumming aveva staccato il tappo di bottiglia e tirato la sicura della cupola che copriva la sua posizione di mitragliere prima di urlare nel microfono al capitano di lanciarsi fuori, poi non aveva perso tempo ad aspettare risposta e si era lanciato a pesce. Quando l’aereo finalmente raggiunse il terreno fece un frastuono assordante.

Tumming finí appeso per una gamba ad un intrico di radici lunghissime che probabilmente gli salvarono la vita! Ma il capitano Bolton? Ce la avrà fatta anche lui? Il Focke tedesco sta scendendo per accertarsene anche lui!

Nemmeno il tappo che stringeva nella mano poteva dargli la speranza di vedere la scena che lo aspettava: a pochi metri dalla fumante carlinga piegata del loro velivolo, un uomo in giacca da aviatore correva come una lepre con la testa girata! Per tutti i diavoli! Si è salvato anche lui! E senza tappo!

Il capitano Bolton aveva sentito benissimo l’urlo di Jack in cuffia e, seppure fosse stato rapito dai suoi sensi per qualche momento, non aveva tardato un solo secondo a decidere che voleva vivere, correre a bere tutta la birra che fosse rimasta in Inghilterra e che lo avrebbe fatto in compagnia della Infermiera Capo Dowell, avesse dovuto correre anche sulle acque del mare del Nord!

Con questo spirito si era tuffato anche lui fuori dall’aereo ed era stato accolto da rami e fronde che ne avevano frenato la caduta.

Acciacchi e dolori adesso non importavano, aveva visto penzolare Tumming, per fortuna era poco visibile, l’aereo nemico non avrebbe dovuto notarlo. Il pilota tedesco sparò con le mitragliatrici sul relitto dell’aereo, aumentando il fumo che ne saliva, doveva però essere rimasto un po’ di carburante nei serbatoi ausiliari, perché di colpo ci fu uno scoppio che mise le ali al capitano e lo fece sollevare da terra di almeno tre metri! Il fumo era la migliore copertura che Bolton potesse sperare di avere, si buttò tra le prime pietre che vide e aspettò che il pilota del Focke fosse sicuro di aver annientato l’equipaggio nemico.

Questi fece altre due passate, sparando come un matto con quattro mitragliatrici in tutte le direzioni. Il tedesco doveva essere furioso, segno che la loro missione era stata un successo. Ci volle tanto coraggio per non mettersi a correre sentendo i colpi avvicinarsi alle rocce, ma alla fine l’aereo invertì la rotta ed il suo rumore cominciò ad allontanarsi.

Fu solo fortuna se Bolton e Tumming ne uscirono quasi illesi, forse era sempre merito del tappo di birra! Per la prima volta da quegli interminabili minuti alzò gli occhi da terra e sputò la polvere che aveva in bocca, si trovava in una zona di pascoli e poco più in basso si vedeva un gregge di mucche fissare la zona di schianto del suo aereo.  Si rimise in piedi e si diresse verso Tumming per tirarlo giù da dove era finito.